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La pelle assorbe

Febbraio 6, 2017

Nota bene: Io non sono un medico né ho studiato medicina. Mi piace però capire come funzionano le cose e sono anche brava a spiegarle in termini semplici — una volta che le ho capite. Quindi quello che segue non è — e non vuole essere — un testo scientifico: è quello che ho capito io a proposito di com’è fatta la pelle umana e di come funziona. Ne ho parlato con diversi medici, ho letto testi di settore che trovate in bibliografia e ne ho tratto le mie conclusioni. In ogni caso, per qualsiasi problema cutaneo, andate dal medico e lasciate perdere quello che trovate scritto online!

La pelle è l’organo più esteso del nostro corpo ed ha molteplici compiti: protegge tutto quello che c’è sotto – muscoli, nervi, ossa e organi interni – contiene le terminazioni nervose che ci permettono di avere il senso del tatto, regola la temperatura interna del corpo. I suoi due strati principali sono:

  • Epidermide — è lo strato più superficiale della cute, composto a sua volta da diversi strati. Tra questi, il malefico “strato lucido”: il più difficile da penetrare. Se vi siete mai feriti un dito e avete visto che dalla ferita non usciva sangue, ma il fondo era lucidissimo…beh, avete visto lo strato lucido!
  • Derma — un tessuto connettivo, prevalentemente composto da collagene ed elastina. E’ a questo strato che i cosmetologi vogliono arrivare quando formulano un cosmetico, che dia una pelle bella, elastica e senza rughe.

Sotto al derma c’è l’Ipoderma: un tessuto adiposo, più o meno spesso a seconda della zona del corpo. I cosmetici qui non arrivano, perciò si interviene con infiltrazioni ad ago.

La pelle è idrorepellente, nel senso che l’acqua non passa, ma non impermeabile: alcune particelle molto piccole (parlo di molecole con dimensioni inferiori o uguali ai 40 nm) sono in grado di penetrarne lo strato superficiale. La maggior parte di queste sostanze si diffonde orizzontalmente, tra le cellule dell’epidermide, ma alcune sono in grado di viaggiare verticalmente lungo i canali follicolari e penetrare fino al derma.
La pelle inoltre è più o meno spessa a seconda della zona del corpo – quella del contorno occhi è molto più sottile di quella sulla schiena, ad esempio – e ovviamente più è sottile, più è permeabile. Pensa alle ascelle: la pelle è sottile, non c’è ipoderma e ci sono diversi canali follicolari, belli grandi e profondi. E’ ovvio che un prodotto applicato in questa zona riuscirà a penetrare meglio rispetto ad uno spalmato sul sedere—dove lo strato del derma…beh, diciamo che è più spesso, ecco!

Alcuni fattori influenzano il grado di permeabilità della pelle:

  • lo stato della pelle: è sana? Presenta lesioni? E’ affetta da condizioni patologiche? Una pelle sana, senza ferite, è molto più “resistente” di una che invece è stata in qualche modo danneggiata.
  • l’idratazione: aumenta le dimensioni dei pori e favorisce la velocità di assorbimento delle sostanze idrosolubili.
  • il tipo di pelle: di quale che zona del corpo stiamo parlando? La penetrazione delle sostanze è influenzata dalla zona di applicazione, perché la struttura della pelle e il pH variano localmente.
  • le caratteristiche del principio attivo: la pelle ha un’azione selettiva nei confronti di varie sostanze. Alcune passano attraverso la via pilo-sebacea (in linea di massima le sostanze lipidiche o sospese in lipidi), altre invece seguono la via transcellulare, quindi si muovono di cellula in cellula.

Infine esistono alcune sostanze più piccole sono in grado di veicolare quelle più grandi nei diversi strati: sono i cosiddetti “eccipienti” (enhancers, se ci piace fare gli anglofoni) dei quali si sente tanto parlare. Il bravo cosmetologo sa che il principio attivo da solo non è in grado di penetrare fino al derma, allora lo “lega” ad un eccipiente che funziona un po’ come un taxi: carica il principio attivo e lo porta a destinazione. Questi taxi/eccipienti sono in grado di attraversare gli strati dell’epidermide e quindi consentono la formulazione di creme efficaci ed economiche, perché il principio attivo costa moltissimo, mentre l’eccipiente è più economico.Quindi, una crema che contiene l’1% di principio attivo e il 10% di
eccipiente, sarà più efficace e meno costosa di una crema fatta
con il 10% di principio attivo e nessun eccipiente.

A volte può succedere che il “taxi rapisca il cliente”, nel senso che se il principio attivo è molto solubile nell’eccipiente, i due potrebbero non separarsi più una volta che hanno passato gli strati dell’epidermide.

Ora, la domanda che vi faccio è: ma questi eccipienti sono sicuri nel lungo periodo? Se me li spalmo addosso per 20 anni, cosa potrebbe succedermi?

La risposta è: ad oggi, non lo sappiamo perché non esiste uno studio scientifico definitivo che chiuda la questione.

Però consentitemi un parallelismo: i primi studi scientifici sulla relazione tra alimentazione e alcuni tipi di malattie (come cancro, cardiopatie e malattie autoimmuni) sono stati effettuati verso le fine degli anni ’70. Benché fosse evidente che un elevato consumo di prodotti di origine animale fosse da collegare con l’insorgere e il progredire di queste patologie, l’industria alimentare iniziò immediatamente una manovra difensiva per screditare questi studi, che rappresentavano un enorme pericolo per i suoi interessi economici.  Oggi invece nessuno si scandalizza se un oncologo dice che mangiare troppa carne provoca il cancro.
Ci sono voluti “solo” 40 anni. Con l’industria cosmetica è lo stesso: oggi si comincia a sentir parlare del fatto che alcuni ingredienti usati nei cosmetici sono tossici, pericolosi, potenzialmente cancerogeni.

Concludendo: credo che nella scelta del cosmetico dovremmo mettere la stessa cura che usiamo al supermercato quando leggiamo la lista degli ingredienti dei biscotti. Se contengono grassi idrogenati e io non voglio mangiare quel tipo di ingrediente, posso scegliere se acquistarli o meno, ma almeno LO SO! L’importante è che l’informazione sia a disposizione di tutti, poi ciascuno di noi è libero di scegliere il prodotto che preferisce…oppure decidere di farsi i biscotti a casa!

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Beauty Routine, First Time, Green Beauty, Inci, Ingredienti, Natural Beauty, Pelle

Cosa c’è nella tua crema?

Febbraio 7, 2017

Che nei cosmetici tradizionali ci siano degli ingredienti che fanno male alla pelle lo sappiamo un po’ tutte: siliconi, parabeni, petrolati… Ma sappiamo riconoscerli?

Quando andiamo in profumeria e annusiamo con voluttà l’ultimissima crema viso che promette miracoli ed ha un profumo meraviglioso, siamo in grado di leggere l’INCI?

Un attimo, facciamo un passo indietro: cos’è l’INCI?!?

INCI = International Nomenclature of Cosmetic Ingredients. E’ una denominazione internazionale utilizzata per indicare in etichetta i diversi ingredienti del prodotto cosmetico, usata in praticamente tutti i paesi nel mondo.
E’ obbligatorio! Ogni cosmetico immesso sul mercato deve riportare sulla confezione l’elenco degli ingredienti contenuti usando la denominazione INCI, scritti in ordine di concentrazione decrescente.
– Al primo posto si indica l’ingrediente contenuto in percentuale più alta, a seguire gli altri, fino a quello contenuto in percentuale più bassa. Al di sotto dell’1% gli ingredienti possono essere indicati in ordine sparso.
– La nomenclatura INCI contiene alcuni termini in latino (sono quelli che ci piacciono perché indicano ingredienti botanici. Ad esempio il Prunus Amygdalus Dulcis Oil è l’olio di mandorle dolci) e altri in inglese (chimici o di derivazione chimica, ma possono essere anche ingredienti naturali che sono stati lavorati). Nel caso dei coloranti si utilizzano le numerazioni secondo il Colour Index (es. CI 45430).

Perché è importante saper leggere l’INCI?

Perché la nostra pelle è una barriera permeabile: alcune sostanze usate nei cosmetici sono abbastanza piccole da attraversarla. Pertanto è bene sapere cosa ci spalmiamo addosso, in modo da poter scegliere consapevolmente. Quindi eccoti l’elenco dei “cattivissimi”, così la prossima che starai per comprare una crema potrai controllare gli ingredienti!

Petrolati & Siliconi

Li metto insieme, perché l’effetto che hanno sulla pelle è lo stesso: sporcano! La loro composizione molecolare è troppo grande per penetrare, perciò restano in superficie a occludere i pori e causare brufoli e altre impurità. Non si muore per un foruncolo, ma la salute della pelle ne risente: sempre soffocata da uno strato impenetrabile e impermeabile. Il silicone si usa per sigillare la doccia, la paraffina deriva dal petrolio: tu li vorresti sulla faccia? Io no!
– Mineral Oil
– Petrolatum
– Paraffinum Liquidum o Paraffina
– Microcrystalline Wax
– Vaselin
– Dimethicone
– Cyclomethicone
– Cyclopentasiloxane e Cyclohexasiloxane
– Dimethiconol
– Disiloxane e Trisiloxane
– Simethicone
Non è un elenco completo, ma questi sono i più diffusi.

I siliconi sono polimeri inorganici sintetici, sono chimicamente inerti, idrorepellenti, antistatici e resistono alle alte temperature. In cosmesi si usano perché migliorano la spalmabilità dei prodotti e perché fanno quello che chiamo “l’effetto WOW”: filmano la pelle nascondendo imperfezioni, segni d’espressione, rughe e tu dici: “Mamma mia che bella pelle che ho!” e invece no, è solo silicone. A questo aggiungi il fatto che costano poco e capirai perché le aziende cosmetiche hanno TUTTO l’interesse a continuare ad utilizzarli, invece di sostituirli con altri ingredienti di origine naturale che costano di più.

In rete c’è un acceso dibattito tra chi li demonizza e chi li difendea spada tratta. I paladini del silicone affermano che sono ingredienti sicuri, non tossici per l’uomo, testati da talmente tanti
anni da poter essere definiti innocui. Talmente “innocui” che l’Unione Europea ha bandito due dei siliconi volatili più diffusi – il Cyclopentasiloxane e il Cyclotetrasiloxane – dai prodotti cosmetici a risciacquo, perché tossici per l’ambiente acquatico.
Questo significa che, da febbraio 2020, questi due ingredienti non potranno più essere utilizzati in shampoo, docciaschiuma, saponi liquidi, eccetera – o meglio, potranno essere utilizzati solo in concentrazioni inferiori allo 0,1%: una maniera molto diplomatica di “vietarli senza vietarli”. Pensa a quanti interessi devono bilanciarsi all’interno della UE e capirai come simili mosse diplomatiche siano necessarie.
Siliconi e petroli inoltre sono biopersistenti, cioè l’esatto contrario di biodegradabili: restano nell’ambiente e lo inquinano per un tempo lunghissimo e non abbiamo ancora idea di quale impatto abbiano sulla salute dei mari, dove – volenti o nolenti – finisce il grosso delle nostre acque reflue. Immagina: ti sei messa sul viso una crema a base di siliconi e la sera, dopo una lunga giornata di lavoro, ti lavi la faccia. I siliconi si staccano dalla tua pelle e finiscono nello scarico del tuo lavandino, entrando così nel sistema di depurazione delle acqua reflue della tua città. Questo sistema però non è progettato per trattenere le molecole di silicone, che fanno tutto il giro di depurazione e finiscono in mare. Per quanto tempo? Non lo sappiamo. Che impatto hanno?
Non lo sappiamo.

Conservanti: Parabeni & Co.

I conservanti nei cosmetici sono necessari, perché preservano la formula dalle contaminazioni batteriche. Negli ultimi decenni i conservanti più diffusi – ancora una volta, quelli considerati più “sicuri” – sono i parabeni. Esiste però un acceso dibattito sul tema “Parabeni e tumore”: alcuni sostengono che i parabeni, una volta assorbiti dall’organismo potrebbero stimolare la crescita di alcuni tipi di cellule tumorali, come quelle del cancro al seno, però studi scientifici definitivi che chiudano la questione non ce ne sono.
In compenso sappiamo con certezza che i parabeni sono interferenti endocrini, ovvero sostanze capaci di mimare l’azione degli ormoni e quindi di “ingannare” il nostro corpo. A me ovviamente come ingredienti non piacciono, sopratutto se presenti all’interno di formule pensate per essere applicate in aree dove la pelle è molto sottile – penso ai deodoranti che spruzziamo sulle ascelle – o peggio ancora sulle mucose, che assorbono molto di più della pelle (te lo dico perché li ho visti nell’INCI di diversi gel intimi, da qui il mio motto “niente parabeni sulla patata!”).

Li riconosci perché in genere contengono il termine “paraben”:

– Methylparaben
– Ethylparaben
– Propylparaben
– Butylparaben

Sempre a proposito di conservanti, ci sono altre sostanze che vengono utilizzate in cosmesi e che sono da evitare come la peste perché rilasciano formaldeide! Ora, il paradosso è questo: la formaldeide è una delle sostanze più tossiche e pericolose, in grado di scatenare irritazioni e allergie da contatto, ma soprattutto associata allo sviluppo di diverse forme tumorali.
L’UE ha vietato da tempo l’utilizzo di formaldeide nei cosmetici, peccato che non abbia vietato l’uso di quelle sostanze che ne sono cessori, ovvero che deteriorandosi si trasformano in formaldeide!
Eccole qui:
– Imidazolidinyl Urea
– Diazolinidyl Urea
– Methylchloroisothiaziolinone
– Methylisothiazolinone
– Kathon
– Quaternium 15

Tensioattivi

Ti laveresti con il detersivo per i piatti? Ovviamente no! Peccato che spesso i prodotti detergenti cosmetici contengano gli stessi tensioattivi – ovvero gli agenti lavanti – dei detergenti per la casa.
Il problema è che sono troppo aggressivi per pelle e cuoio capelluto e nel lungo periodo peggiorano problemi come forfora, secchezza cutanea, dermatiti, ecc.
– MEA o Monoethanolamine
– TEA o Triehanolamine
– DEA o Diethanolamine
– Sodium Lauryl Sulfate
– Amonium Lauryl Sulfate
– TEA-Lauryl Sulfate
– Magnesium Laureth Sulfate
– MEA Laureth Sulfate
– Sodium Laureth Sulfate
– Amonium Laureth Sulfate
– Sodium Mireth Sulfate
– Sodium Pareth Sulfate
– Sodium Coceth Sulfate

Tra questi, quello che probabilmente incontrerai più spesso è lo SLES, il Sodium Laureth Sulfate. L’industria cosmetica lo utilizza a quintali perché costa poco, sgrassa tanto e fa un bella schiuma
bianca – così tu ti senti pulita e sei tutta contenta ma in realtà è come se ti fossi lavata con il sapone per i piatti. Cosa fa? In pratica scioglie le particelle di sporco e di grasso in eccesso, permettendone la rimozione con l’acqua. E qui sta il problema: davvero ogni volta che ti fai la doccia sei tutta sporca di unto?! A meno che tu non faccia il meccanico mi sembra abbastanza improbabile. La tua pelle ha bisogno di mantenere il sottile strato lipidico che la protegge: se ogni volta che ti lavi glielo porti via lei sarà costretta a produrne ancora, e ancora, e ancora…..
Non vorrei entrare nel discorso della formulazione perché è un po’ complicato, perciò te la faccio breve: l’aggressività dello SLES può essere ammortizzata se viene affiancato da altri ingredienti, primi tra tutti i tensioattivi anfoteri, ad esempio la betaina.
In pratica: se quando leggi l’INCI trovi il Sodium Laureth Sulfate tra i primissimi ingredienti, hai per le mani un prodotto molto aggressivo per la pelle. Se invece è preceduto da ingredienti come la Cocamidopropyl Betaine, allora il prodotto è stato pensato da chi ne capisce ed è un po’ meno forte.

Riassumendo

Impara a leggere l’INCI e controlla sempre la composizione dei cosmetici che ti metti addosso perché la pelle assorbe e se ci spalmi sopra schifezze, assorbirà schifezze.
Se sei alle prime armi, puoi farti aiutare dal Biodizionario (www.biodizionario.it): è un motore di ricerca degli ingredienti cosmetici: scrivi il nome dell’ingrediente come lo trovi nell’INCI e premi “cerca”, ti darà i risultati come un semaforo (verde = bene; giallo = accettabile; rosso = assolutamente NO). Ripeto, va bene per cominciare, perché usa parametri non proprio perfetti, ad esempio dando il bollino verde a ingredienti che sono sì naturali, ma che hanno un impatto ambientale enorme – ma ne parliamo meglio nel prossimo capitolo.

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Cosmetici cruelty free: esistono davvero?

Novembre 21, 2016

Spesso mi sento dire che tutti i cosmetici sono “cruelty free” perché i test sugli animali sono stati vietati. Ma è davvero così? E cosa vuol dire veramente “cruelty free”?

Faccio un passo indietro: in Europa c’è un Regolamento — quindi una “legge europea”, obbligatoria e immediatamente applicabile per tutti gli Stati membri—che disciplina la questione. Si tratta del Regolamento 1223/2009, pienamente in vigore da luglio 2013, e in pratica dice che:

  • I prodotti cosmetici finiti non possono essere testati sugli animali
  • Gli ingredienti cosmetici non possono essere testati sugli animali
  • Qualora venissero scoperti nuovi ingredienti cosmetici, non potrebbero essere testati sugli animali

Tutto molto bello e molto giusto, ma come sempre un escamotage si trova, purtoppo.

Moltissimi ingredienti usati nei cosmetici vengono utilizzati anche in altri prodotti: ad esempio un tensioattivo, cioè una sostanza lavante, può essere messo dentro a un prodotto per l’igiene personale e dentro a un detergente per la casa, e la sperimentazione animale può essere necessaria per garantire il rispetto del quadro giuridico applicabile a tali prodotti”.

Questa ultima frase virgolettata non è mia, ma è della Commissione Europea: la trovi a pagina 9 di un documento che si chiama “Comunicazione della Commissione al parlamento Europeo e al Consiglio sul divieto della sperimentazione animale e di immissione sul mercato e sullo stato dei metodi alternativi nel settore dei prodotti cosmetici”.

Non contenti, quelli della Commissione continuano così: “Gli ingredienti utilizzati nei prodotti cosmetici saranno in genere soggetti anche agli obblighi orizzontali previsti dal regolamento REACH e la sperimentazione animale può, in ultima istanza, essere necessaria per completare i rispettivi dati.

CHE COS’E’ IL REGOLAMENTO REACH?

E’ un’altra “legge europea”, quindi ugualmente obbligatoria e immediatamente applicabile, esattamente come il Regolamento 1223/2009, e disciplina tutti gli ingredienti chimici usati in Europa, in tutti i settori produttivi: cosmetico, industriale, farmaceutico, alimentare, eccetera.

In pratica il tensioattivo del quale ti ho parlato prima potrebbe essere stato testato sugli animali per garantire la sicurezza del tuo sapone per i piatti, salvo poi essere stato usato anche per formulare il tuo shampoo!

Almeno in Europa un minimo di normativa c’è. Nel resto del mondo stanno messi molto peggio, ad esempio:

  • In Giappone: i test sugli animali sono obbligatori per testare i nuovi ingredienti cosmetici. Quando un brand giapponese lancia sul mercato la crema miracolosa con dentro un ingrediente nuovissimo, sviluppato nei loro laboratori fantascientifici, quel “miracolo” è stato testato sugli animali
  • In Corea del Sud — te ne parlo perché c’è un boom di prodotti cosmetici sudcoreani, sono quelli col packaging carinissimo e coloratissimo— hanno “manifestato l’intenzione di disciplinare la questione”, che tradotto significa #ciaone
  • Negli Stati Uniti — chi di noi non ha nella trousse un prodotto americano?!? — grazie alle pressione delle lobby ambientaliste e animaliste è stato presentato al Congresso l’Human Cosmetic Act e lì si è arenato nel 2014. Visti i recenti risultati elettorali prevedo tempi molto bui per gli animali da laboratorio negli States, e più in generale per tutto il Pianeta 🙁

TEST SUGLI ANIMALI: COME LI FANNO?

In cosa consistono i test dei cosmetici sugli animali? Sicura di volerlo sapere davvero? Se la risposta è sì, eccoli qui elencati:

  • Applicazione sulla cute rasata e/o ferita
  • Applicazione sulle mucose
  • Applicazione sugli occhi
  • Ingestione forzata
  • Iniezione sottocute

Niente male in quanto a sadismo.
Inutile dire che le alternative ci sono, ma hanno lo sgadevole difetto di essere molto più costose per l’azienda cosmetica. I test di replacement sono essenzialmente di due tipi: test in vitro e test su volontari umani.

Cruelty free vuol dire solo questo?

Ecco, qui inizia il vero dilemma, almeno a mio avviso.
Un cosmetico è considerato cruelty free se non è stato testato sugli animali (né il prodotto finito né i singoli ingredienti).
Per me, un cosmetico è DAVVERO cruelty free se — oltre a non essere stato testato sugli animali:

  • Non contiene ingredienti di origine animale
  • Non sono stati uccisi/feriti/maltrattati animali per produrlo

Il fatto che un cosmetico sia “naturale” non vuol dire che sia cruelty free. Qualche esempio:

  • la bava di lumaca: i prodotti che la contengono non sono cruelty free. Le chiocciole producono questa sostanza quando sono stressate, perciò per la produzione vengono messe
    all’interno di macchine vibranti: si spaventano – giustamente – e producono la bava. Peccato che nel processo parecchie lumache muoiano! Ho scoperto però che esistono metodi di estrazione alternativi e non cruenti, per i quali le lumache “sbavano” di piacere, come Homer Simpson davanti alle ciambelle. Quindi se proprio ti piace questo ingrediente cerca almeno le aziende che estraggono la bava attraverso l’utilizzo dell’ozono;
  • lo Squalene — bellissimo emolliente per la pelle, può essere estratto dall’olio di oliva o dal fegato degli squali (animali in via di estinzione). Se c’è scritto “squalene vegetale” o se il prodotto ha il bollino vegan, puoi stare tranquilla;
  • la Lanolina — viene usata come sostanza idratante e si estrae dalla lavorazione della pelle di pecora. Ovviamente la pecora dev’essere morta;
  • la Cheratina — usatissima nei prodotti per capelli, viene di solito estratta dalla criniera, dalle piume o dalle corna di diversi animali. Le alternative vegetali ci sono: l’olio di amla e le proteine della soia o del grano;
  • la Placenta — questa nemmeno la commento. Per ottenerla non muore nessun tenero animaletto, ma che schifo!
  • il Carminio — colorante noto sin dai tempi degli antichi
    Romani, si ottiene schiacciando un insetto rosso, la cocciniglia. Ne servono circa 70mila per produrre un chilo di colorante, che poi usano per il rossetto.

Mi rendo conto che da parte mia non è molto carino farti venire la nausea raccontandoti tutte queste cose schifide e di questo ti chiedo scusa. Ma credo che sia importante sapere cosa ci mettiamo in faccia. Un discorso a parte merita infine l’olio di palma: pur essendo vegetale NON È cruelty free perché il suo processo di estrazione comporta una deforestazione devastante e la conseguente distruzione dell’habitat di moltissime specie, primi tra tutti gli oranghi. Purtroppo oggi tante aziende cosmetiche lo usano in grandi quantità: nell’INCI lo trovi (di solito ai primi posti) come Palm Oil, come Hydrogenated Vegetable Oil, come Elaeis Guineensis Oil oppure nascosto nella dicitura Olus Oil, letteralmente “olio olio”, un mixi di oli vegetali composto per la maggior parte da frazionato di palma.

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I sole: friend or foe?

Luglio 8, 2017

Questo è un capitolo lunghissimo nel quale cerco di raccontarti tutto quello che so su cosa fa il sole alla nostra pelle e spero che al termine della lettura diventerai anche tu una di quelle che mettono #ilsolaretuttolanno. Vorrei iniziare cercando di rispondere all’annosa questione: perché si dice che “il sole fa male”? In realtà il sole non fa male, ma le sue radiazioni sì. Noi le conosciamo come raggi UV e sono la prima causa delle rughe, perché provocano il famoso fotoinvecchiamento cutaneo.

Cerco di spiegarmi: i raggi UV si dividono in UVB e UVA.
⁃ I raggi UVB hanno tanta energia e una bassissima capacità di penetrazione. In pratica, sono quelli che ti scottano, ma non riescono a passare attraverso i vetri o i tessuti.
⁃ I raggi UVA sono esattamente l’opposto: poca energia e altissima capacità di penetrazione. Riescono ad arrivare fino allo strato più profondo della nostra pelle, il derma, dove danneggiano le fibre di collagene ed elastina e stimolano la formazione dei temutissimi radicali liberi, capaci di distruggere il DNA cellulare – quindi il rischio è doppio: rughe e tumori della pelle!
Per completezza d’informazione, devo dirti che esistono anche i raggi UVC, ma siccome non arrivano fino alla superficie terrestre e si disperdono nell’atmosfera, possiamo tranquillamente ignorarli!

Il nostro corpo mette un atto dei meccanismi di protezione naturali per difendersi dai raggi UV:
1. Si abbronza. La produzione e lo scurimento della melanina è una forma di protezione naturale che il nostro corpo attua per proteggersi dal sole, insieme al terribile
2. Ispessimento corneo, ovvero la produzione di uno strato superficiale di cellule a protezione dell’epidermide. L’effetto estetico non è certo dei migliori – la chiamerei “pelle di coccodrillo” – però il corpo, poverino, questo sa fare.

Questi due meccanismi di protezione naturali non bastano a proteggerci, sopratutto dai danni causati dai raggi UV a lungo termine.
Allora che facciamo, non prendiamo più il sole e usciamo solo di notte come i vampiri? Ovviamente no, perché il sole ha anche degli effetti positivi sul nostro organismo:
– Ci aiuta a sintetizzare la Vitamina D, che è essenziale per la nostra salute.
– Ha un’azione antibatterica: hai mai notato che in estate la pelle con tendenza acneica migliora? È l’effetto benefico del sole.
– È un antidepressivo naturale perché aiuta il nostro corpo a produrre serotonina e melatonina.

Morale della favola: sì, prendiamo il sole ma sempre con la protezione solare!

La protezione solare

A proposito di protezione solare, sai benissimo che esiste l’SPF, quel numero che c’è sui prodotti solari che indica il livello di protezione: 6, 15, 30, 50, 50+
Di solito si crede che l’SPF indichi quanto tempo una persona possa stare al sole senza scottarsi, ma non è esatto: il numero dell’SPF indica quanta energia può arrivare alla pelle senza che questa si scotti.
Ovviamente questa “quantità di energia” cambia a secondo di moltissimi fattori:
Stagione dell’anno (nel nostro emisfero, gli UV raggiungono la massima intensità in estate e la minima in inverno)
Altezza del Sole (quando il sole è più alto nel cielo il tasso di raggi UV è maggiore mentre è trascurabile quando il sole è basso all’orizzonte: alba e tramonto)
Altitudine (ogni mille metri di altezza i livelli di UV crescono del 10-12%. Ad esempio, in estate a 2000 metri la radiazione UV “scotta” quasi il triplo rispetto alla pianura)
Latitudine (il flusso di raggi UV è massimo all’Equatore e minimo ai poli)
Nuvolosità
Strato di ozono
Capacità riflettente della superficie terrestre (per esempio, la neve riflette circa l’80% delle radiazioni UV, la sabbia asciutta della spiaggia circa il 15% e la schiuma del mare il 25%).

Secondo l’O.M.S. bisogna tenere conto dell’Indice UV (la scala internazionale che correla il livello di radiazione UV con il grado di rischio): quando l’indice è superiore a 3 – che equivale ad un pomeriggio appena soleggiato – occorre mettere in atto le misure preventive e proteggere la pelle dalle radiazioni.

Gli effetti del sole sulla pelle

Forse avrai già visto questa fotografia, è abbastanza famosa. È il volto di un uomo che ha fatto il camionista per 28 anni e che quindi ha esposto il lato del volto al finestrino ai raggi solari, molto più dell’altro, che invece era riparato dal tetto della cabina di guida. Il risultato è evidente: la pelle del lato esposto al sole presenta molte più rughe e più macchie dell’altra metà della faccia.

“Che cosa fanno in concreto i raggi del sole alla nostra pelle?”
Per anni i medici si sono concentrati sugli effetti degli UVB perché sono quelli più evidenti (mi metto al sole=>mi scotto), ma solo dopo si è capito che il vero nemico è rappresentato dagli UVA.
Questi maledetti infatti riescono a penetrare: passano attraverso il vetro, passano attraverso i tessuti leggeri, passano attraverso l’epidermide e raggiungono il derma – e il derma è sacro!

Nel derma gli UVA fanno due cose:
1. Danneggiano le fibre di collagene ed elastina che compongono la base strutturale della nostra pelle. Una fibra di collagene danneggiata è come una crepa nelle fondamenta di un palazzo: causa un cedimento strutturale di quello che c’è sopra – quindi la ruga.
2. Stimolano la produzione dei radicali liberi, sostanze capaci di danneggiare il DNA cellulare e quindi causare tumori (della pelle).
Per darti un’idea di cosa sono i radicali liberi: immagina le palline di un flipper che schizzano da tutte la parti come impazzite, colpendo (e distruggendo) tutto quello che incontrano nella loro traiettoria. “Toh, una fibra di collagene. BUM! Rotta. Uh, unamolecola di DNA: CRASH, rotta“.
Questo è lo stress ossidativo. Gli antiossidanti (vitamina E e vitamina C ad esempio) sono sostanze capaci di contrastarli. Ci fanno da scudo, “si prendono la pallottola per noi”, nel senso che si legano ai radicali liberi impedendo loro di andare in giro a distruggere tutto.

“Ma io questi danni quando mi abbronzo non li vedo!”
Per vedere i danni causati dai raggi UV basta andare da un bravo dermatologo che abbia in studio la lampada agli ultravioletti: ti renderai conto che non è assolutamente come la immaginavi e che ci sono moltissime macchioline e segni che non vedi ad occhio nudo.
Facciamo però un’altro esperimento: prendiamo un bambino piccolo e mettiamolo davanti alla stessa lampada agli ultravioletti. Vedremo che non ha gli stessi segni che abbiamo noi
adulti, che ha – anche sotto la luce ultravioletta – una pelle perfetta. Perché ci è nato? Certo che sì! Ma ci siamo nati anche noi! Anche la nostra pelle era perfetta quando eravamo piccoli, poi la costante esposizione al sole – che non è, ripeto, solo andare in spiaggia e fare la lucertola, ma semplicemente fare una vita normale che comprenda uscire di casa nelle ore diurne – l’ha macchiata, segnata e rovinata. Un’altra cosa molto interessante da notare è questa: alla stessa lampada ultravioletta la protezione solare appare come uno schermo perfettamente visibile ad occhio nudo, che copre completamente la pelle.

In questo video puoi vedere con i tuoi occhi tutti i passaggi che ti
ho appena descritto: http://bit.ly/videoUV

Immagine presa dal video “How the sun sees you” di Thomas Leveritt

Ricapitolando

I raggi UV – sopratutto gli UVA – fanno male alla nostra pelle e alla nostra salute. Ci sono SEMPRE, quindi è importante proteggersi TUTTI I GIORNI usando una protezione solare sulle aree esposte. E sì, per “tutti i giorni” intendo estate e inverno, anche se piove. Se poi scegli una crema solare che contiene filtri solari stabili e anche delle belle sostanze antiossidanti hai fatto bingo e la tua pelle ti ringrazierà tantissimo!


 

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Impatto ambientale

Febbraio 8, 2017

Ogni giorno usiamo dai 10 ai 20 prodotti cosmetici: dentifricio, sapone per il viso, sapone per le mani, crema idratante, make-up, deodorante, crema corpo, struccante…. Tutti prodotti che, a un certo punto della giornata, laveremo via dalla nostra pelle. Che impatto hanno sull’ambiente?
Del Cosmetic Footprint, ovvero dell’impatto ambientale dei cosmetici sappiamo ancora molto poco, in questo capitolo cercherò di mettere insieme tutte le informazioni che ho raccolto.

Partiamo dalle cose più evidenti: il packaging. I cosmetici hanno un packaging primario, cioè il flacone o il vaso che li contiene, e spesso hanno anche un packging secondario, ad esempio una scatola di cartone. È evidente che meno packaging c’è e meglio è dal punto di vista ambientale, perché è meno roba che finisce nella spazzatura. In alcuni casi – penso agli shampoo solidi – si può addirittura eliminare del tutto il packaging (anche se poi una bustina di carta per avvolgerlo te la danno sempre, però è sicuramente un grande passo avanti rispetto a quei cosmetici che hanno il falcone, la scatola e dentro la scatola un’intelaiatura che serve a tenere fermo il flacone.)
Quindi per quanto riguarda questo specifico problema, se vogliamo ridurre l’impatto ambientale dei cosmetici che usiamo, meglio scegliere prodotti che hanno il minor packaging possibile e fatto anche con materiali riciclabili: vetro, alluminio, carta e cartone, plastiche riciclabili come il PET, eccetera.

Passiamo a un altro aspetto: il trasporto. Spostare prodotti da una parte all’altra del globo inquina. Prodotto in Cina, etichettato in USA, venduto in Italia: il flacone che acquisto ha più miglia di me – gli daranno un biglietto gratis. Anche qui, la soluzione è abbastanza semplice: se vogliamo inquinare di meno sceglieremo prodotti realizzati “vicino casa”. Senza pretendere il KM zero: se vivo in Italia una crema idratante prodotta in Italia inquinerà di meno dal punto di vista dei trasporti.

Ho tenuto per ultimo l’aspetto più complesso da analizzare, ovvero cosa c’è DENTRO la mia crema? È composta da ingredienti biodegradabili oppure no? Questo fattore è importante perché quasi tutti i cosmetici che applichiamo addosso, su viso e corpo, ad un certo punto della giornata vengono lavati via con l’acqua e quindi finiscono nei sistemi di depurazione urbani delle nostre città, dove vengono canalizzate, filtrate e smaltite le acque reflue – quelle dello scarico del lavandino, per intenderci. Il problema però è che questi sistemi di depurazione non sono progettati per trattenere le microparticelle, che quindi passano indenni attraverso tutto il processo di depurazione poi finiscono in mare. Qualcosa già la sappiamo. Sappiamo che alcuni ingredienti non fanno bene all’ambiente e che stanno già facendo grossi danni.
Qualche esempio:
⁃ le microplastiche contenute in prodotti esfolianti (penso agli scrub o ai dentifrici “ruvidi”): finiscono nello scarico, poi in mare dove causano un sacco di danni. Siccome è una cosa comprovata gli Stati si stanno muovendo per metterle al bando e molte aziende cosmetiche hanno già smesso di usarle. Però rimangono in commercio prodotti che le contengono, quindi se voglio far attenzione all’ambiente cercherò di non comprarli.
⁃ Sappiamo che due siliconi volatili, il Cyclopentasiloxane e il Cyclotetrasyloxane sono tossici per l’ambiente acquatico e l’Unione Europea li ha messi al bando dai prodotti cosmetici a risciacquo, quindi da febbraio 2020 i prodotti come shampoo, docciaschiuma, sapone, ecc. non potranno contenerne più dello 0,1%. Poi nessuno ha pensato a vietarli anche nei prodotti solari. Immagina: sei in spiaggia, ti cospargi bene tutto il corpo di solare perché sei attenta alla salute della tua pelle e poi ti tuffi…nell’ambiente acquatico!
Quindi occhio anche all’INCI dei solari se vuoi dare una mano all’ambiente.
⁃ Ancora, sappiamo che alcuni filtri solari sono devastanti per le barriere coralline, perché uccidono i coralli – è un fenomeno che si chiama coral bleaching – e i Paesi che hanno la barriera corallina si stanno giustamente attrezzando per vietare la commercializzazione di creme solari con filtri chimici.
⁃ Infine, sappiamo che l’impatto produttivo dell’olio di palma è devastante, perché comporta una deforestazione incontrollata e massiccia, con conseguente distruzione di habitat per moltissime specie, che sono a rischio estinzione: oranghi, elefanti, tigri e rinoceronti, tutti presenti nelle aree dove si coltiva la palma. Anche qui: lo so, leggo l’INCI e non compro i cosmetici che lo contengono se voglio dare una mano all’ambiente.

Queste sono le cose che sappiamo, poi ci sono tutte quelle che non sappiamo, che sono la stragrande maggioranza. Dobbiamo pensare infatti che nei cosmetici ci sono una quantità enorme di sostanze, tra eccipienti e principi attivi. Tutte queste sostanze, se finiscono nell’ambiente in quantità rilevanti, possono determinare degli effetti nocivi perché l’ambiente non è progettato per recepirle.
Possiamo ovviamente usare il buonsenso e ragionare: che effetto avranno sull’ambiente gli ingredienti cosmetici derivati dal petrolio, un materiale fossile e non rinnovabile, come la paraffina? Che effetto avranno sull’ambiente i miei “amici” siliconi, che sono biopersistenti – cioè non biodegradabili, come la plastica?

A prescindere da quello che è ammesso o non ammesso per legge – perché la legislazione spesso arriva in ritardo: il Cyclopentasiloxane non diventa tossico per gli organismi acquatici da febbraio 2020, lo è sempre stato – e a prescindere dal fatto che questi ingredienti siano o meno sicuri per l’uomo – che per carità, di brufoli non si muore – forse dovremmo iniziare a ragionare nell’ottica del “giusto o sbagliato”, etico o immorale. Se un ingrediente è sicuro per l’uomo, ma ha un impatto ambientale dannoso, è giusto continuare a usarlo? E ancora di più: è giusto continuare a usarlo all’interno di prodotti che non servono a salvare vite umane, ma sono tutto sommato superflui, futili, ludici?

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